Nel primo semestre del 2026, gli investimenti globali nelle startup di robotica umanoide hanno raggiunto la cifra record di 4,39 miliardi di dollari, superando l’intero 2025 e quadruplicando il totale del 2024. La Cina si posiziona come l’epicentro indiscusso di questa corsa. Nella prima metà del 2026, i produttori cinesi hanno coperto oltre il 97% delle spedizioni globali di robot umanoidi, consegnando circa 19.100 unità (un incremento del 272% su base annua). Unitree guida il mercato con circa 5.500 robot spediti nel 2025, superando l’intera produzione occidentale. L’entusiasmo finanziario è alle stelle: una recente IPO cinese nel settore ha registrato una domanda dei piccoli risparmiatori superiore di ottomila volte rispetto all’offerta.

Ma come vengono utilizzati questi umanoidi? La Cina li integra nell’economia reale e nei servizi quotidiani. Anzitutto nel campo dell’assistenza agli anziani. Nelle cliniche di riabilitazione, speciali esoscheletri indossabili aiutano i pazienti a recuperare la mobilità. Per l’assistenza personale e intima. Altri robot domestici rilevano cadute, monitorano i parametri vitali a distanza e garantiscono sicurezza.
Altro campo di grande impiego degli umanoidi è l’industria. Le fabbriche manifatturiere utilizzano robot umanoidi sulle linee di montaggio e sperimentano le cosiddette “fabbriche oscure” (dark factories), capaci di produrre a pieno ritmo senza operai umani.
Perché la Cina accelera così tanto sugli umanoidi?
Il mainstream ci mostra l’evoluzione del settore degli umanoidi come una gara tra superpotenze a chi arriva prima a dominare la tecnologia. E se per la Cina ci fosse di più che una semplice gara? Se fosse una questione quasi di sopravvivenza?
Siccome siamo nel campo delle ipotesi proviamo ad avvallarne un’altra. Facciamo un passo indietro.
Non è un mistero che la Cina deve affrontare due problemi demografici: l’inverno demografico e l’età media che si alza. Come direbbe Dario Fabbri, nulla di peggio per una potenza che ambisce al ruolo di egemone.
Il Paese deve correre ai ripari contro un collasso demografico che minaccia di svuotare le fabbriche e paralizzare il welfare.

DECLINO DEMOGRAFICO
I dati demografici descrivono uno scenario spietato. Alla fine del 2025, la popolazione cinese contava 1,404 miliardi di persone, perdendo 3,39 milioni di abitanti in un solo anno.
Il declino prosegue per il quarto anno consecutivo. Le nascite sono scivolate ai minimi storici: solo 7,92 milioni nel 2025 (il 17% in meno rispetto al 2024), con un tasso di fertilità di 0,96 figli per donna, ben lontano dalla soglia di sostituzione di 2,1.
INNALZAMENTO DELL’ETA’ MEDIA
Parallelamente, la popolazione invecchia a ritmi vertiginosi. Gli over 60 sono già 323 milioni (il 23% della popolazione), con oltre 130 milioni di anziani che vivono soli. Entro il 2035, gli anziani supereranno i 400 milioni. Proiettando questi dati al 2045, un abitante delle città su quattro supererà i 64 anni. Inoltre, il 71% delle famiglie urbane sarà privo di giovani sotto i vent’anni (rispetto al 56% del 2020). Questo trend svuota il mercato del lavoro. Sebbene la forza lavoro urbana abbia raggiunto i 682 milioni nel 2020, essa registrerà una contrazione irreversibile dopo aver toccato il picco nel 2040. Mancano braccia per le fabbriche e assistenti per la cura degli anziani.
Il nodo sull’immigrazione in Cina
Mentre l’Occidente affronta la carenza di lavoratori aprendo all’immigrazione – con quote di stranieri che raggiungono il 15,4% negli Stati Uniti, il 15,7% in Germania e il 12,8% in Francia – la Cina segue una strada diametralmente opposta. Persino i vicini asiatici tradizionalmente cauti come il Giappone (2,0%) e la Corea del Sud (2,3%) mostrano percentuali di immigrati superiori rispetto a Pechino.
La quota complessiva di immigrati in Cina si ferma all’0,1% della popolazione (con i soli stranieri che scendono allo 0,06%). Nel 2020, il Lussemburgo ospitava più stranieri di quanti ne vivessero nell’intera area urbana di Pechino e Shanghai messe insieme. La Cina rifiuta l’etichetta di Paese d’immigrazione. La legge sull’amministrazione delle entrate e uscite del 2012 ha ulteriormente irrigidito le regole, limitando l’ingresso e favorendo selettivamente solo profili stranieri altamente specializzati. Per tutti gli altri, le porte rimangono sbarrate.
Questa ritrosia affonda le sue radici nella storia imperiale cinese, da sempre chiusa all’esterno. Le aperture forzate dell’Ottocento – imposte con le guerre dell’Oppio e con i trattati di Nanchino (1842) e Tianjin (1858) – hanno aggravato ulteriormente la diffidenza storica verso l’influenza straniera.
La cultura politica cinese, legata all’ideale del “Regno di Mezzo” e dell’autosufficienza, dà priorità assoluta alla compattezza sociale. Pechino teme che la frammentazione in diverse etnie possa innescare tensioni interne. Non si tratta solo di una dottrina statale, ma di un forte sentimento popolare. Nel 2020, la proposta governativa di facilitare i permessi di residenza permanente per gli stranieri ha suscitato una feroce opposizione sui social media, costringendo i legislatori a fare marcia indietro. La stabilità interna e l’omogeneità sociale prevalgono su qualsiasi logica di apertura delle frontiere.
Per superare l’inverno demografico, la Cina ha scelto di non aprire le frontiere all’immigrazione. Scommette, invece, sul silicio e sulla massiccia diffusione di robot umanoidi.

Il campione degli umanoidi: Unitree
L’azienda cinese Unitree ha spedito circa 5.500 robot nel solo 2025, superando la produzione di tutti i concorrenti occidentali messi insieme. Per fare un confronto, l’americana Agility possiede appena sette unità del suo robot Digit sotto contratto commerciale in uno stabilimento Toyota in Canada. Pechino intende accelerare ancora: il piano nazionale cinese punta a schierare ben 10.000 robot commerciali entro la fine del 2026. Questa forte spinta ha permesso ai produttori cinesi di consegnare 19.100 unità a livello globale nei primi sei mesi del 2026, controllando l’intero mercato della produzione .
Gli umanoidi nell’assistenza sanitaria in Cina
Il secondo fronte cruciale è l’assistenza sanitaria e la cura della persona. Con oltre 130 milioni di anziani cinesi che vivono da soli, la carenza di personale di cura è ormai drammatica. Il governo risponde stimolando un mercato di robot per l’assistenza che supererà i 10 miliardi di yuan (circa 1,5 miliardi di dollari) nel 2026. Nelle cliniche cinesi, i dispositivi medici automatizzati non sono più prototipi da laboratorio. Molti pazienti utilizzano regolarmente esoscheletri robotici indossabili per camminare e fare riabilitazione motoria. Nei compiti più complessi e intimi, come l’igiene quotidiana, sono già in fase di sperimentazione speciali robot per la toilette controllati direttamente dal cervello del paziente. All’utente anziano basta indossare una fascia sensoriale sulla testa: muovendo gli occhi o girando leggermente il capo, può comandare l’intera operazione senza alcun bisogno di assistenza umana.
Se la via intrapresa dalla Cina avrà successo, si potrebbe trarre la conclusione che l’automazione ad alta tecnologia possa rimpiazzare l’immigrazione di massa. A questo punto i robot umanoidi non sono più curiosità tecnologiche da laboratorio ma rappresenterebbero l’infrastruttura vitale su cui si regge il futuro della seconda economia del pianeta e un fattore geopolitico.
