La rivolta delle città contro Airbnb. Cosa c’è di sbagliato?

Barcellona, Tokyo, San Francisco e ora New York, tutte contro Airbnb. Quali sono i motivi dietro alla lotta alla multinazionale degli affitti a breve?

Che il 2018 sia l’anno delle metropoli contro Airbnb? Barcellona, Tokyo, San Francisco e ora New York, tutte contro Airbnb. Caro affitti? Guadagni non regolamentati? Quali sono i motivi dietro alla lotta alla multinazionale degli affitti a breve?

Quest’anno Airbnb ha raggiunto un valore di 30 miliardi di dollari. E’ l’anno dei record. Su tutti i fronti la multinazionale raggiunge risultati positivi. Anche l’ultima creatura nata, cioè le “Esperienze di Airbnb”, di cui avevamo già parlato, ottengono buoni risultati.

Ma come spesso capita, una crescita così repentina non è indolore. Altri soggetti possono essere penalizzati.

 

I proprietari preferiscono l’affitto a breve

 

Per molti proprietari è più conveniente affittare l’appartamento per 1 o 2 notti alla volta piuttosto che per per un anno o più.

La conseguenza è che non si trovano più appartamenti liberi. A New York, per ovviare a questo problema, si è pensato di vietare l’affitto inferiore ai 30 giorni di una casa a meno che il proprietario non vi abiti. Con questa soluzione si teneva in piedi, da un lato, l’affitto a breve della singola stanza dall’altro lato, invece, si inibiva i proprietari degli immobili ad affittare l’intero appartamento per periodi brevi. L’iniziativa però non ha avuto successo.  Così il consiglio comunale ha deciso che tutte le informazioni su ogni affitto siano trasmesse ad un ufficio pubblico per verificare che sia rispettata la legge vigente.

La delibera segue quanto già applicato a San Francisco, dove sta dando buoni risultati. Secondo le stime del team di De Blasio, la norma dovrebbe rendere nuovamente disponibili 50000 appartamenti per affitti pluriennali.

 

Il caso Barcellona

 

La situazione di Barcellona è, invece, leggermente diversa. Dal 2002, la legge catalana sul turismo, impone la registrazione degli appartamenti per turismo presso l’apposito ente. Nel 2014 è stato invece introdotto l’obbligo di mostrare il numero di registrazione sia per i proprietari che affittano occasionalmente sia a quelli che lo fanno di professione. Secondo quest’ultima norma la piattaforma di Airbnb dovrebbe controllare che gli host pubblichino il proprio numero di registrazione e bloccare chi non è in regola.

A seguito di tale normativa nel 2016 son stati chiusi 256 appartamenti ritenuti illegali e multate le piattaforme di affitto a breve.

Il discorso dell’affitto a breve delle stanze è invece molto simile a quanto accade a New York. In altre parole, per l’affitto della singola stanza di un appartamento dove vive anche il proprietario, non ha una normativa particolarmente restrittiva. Per cui non è raro che quando decidiate di affittare una stanza a Barcellona, il vostro host vi offra, ad affare concluso, l’intero appartamento.

 

Giappone

 

In tutto il Giappone è entrate in vigore il 15/06/18 la nuova legge che regolamenta il minpaku, termine giapponese col quale  identifica il fenomeno del degli affitti a breve.

Anche qui gli host dovranno registrarsi presso le autorità competenti. Devono omologarsi alle norme relative alle emergenze antisismiche e antincendio. E’ stato stabilito, inoltre, un tetto massimo di 180 giorni all’anno. Si stima che la norma avrà l’impatto di ridurre dell’80% le case in affitto, passando da 62000 a 13800.

 

Berlino

 

Berlino, invece,  dal 2016 ha vietato ai proprietari non titolari di licenza di affittare la casa senza un’autorizzazione preventiva da parte dell’amministrazione cittadina. I trasgressori rischiano multe fino a 100 mila euro. Secondo l’amministrazione di Berlino, gli affitti a breve, avrebbero influenzato il caro affitti che tra il 2009 e il 2014, che è cresciuto del 56%. Un fatto piuttosto insolito per una capitale che è sempre stata nota per essere decisamente più economica delle altre capitali del Vecchio continente.

Il caso di Airbnb ci mostra come una gestione selvaggia del fenomeno possa portare a degli squilibri nelle città e che quindi il fenomeno necessita di una regolamentazione. Il rischio? E’ che a fare la regolamentazione si perseguano gli interessi privati di altri soggetti, prime fra tutte le catene alberghiere.

 

 

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